Ciao Carmine, portiere della mia vita

Il nostro ascensore
il penultimo “guasto”

Non avrei mai creduto di scrivere di te, per tali circostanze. Mai.

Quello che è successo la settimana scorsa è talmente impensabile che ancora oggi mi sembra si tratti solo di un grande, macabro scherzo.

Leggendo in giro, però, maldestri tuoi ritratti, politicamente corretti, e ancor più corrotti politicamente, ho sentito il bisogno di buttare giù qualcosa. Perché i ricordi di una vita non possono certo precipitare giù così, in uno sgambetto del Destino (ancora oggi dalla dinamica incomprensibile) e perdersi in un assurdo incidente sul lavoro.

Caro Carmine, sei stato molto più di un portiere di un palazzo, quello dove sono nato e cresciuto per più di 30 anni. Sei stato un autentico parente. Stretto. Tanto che ai miei figli, con cui mai evitavi di giocare e scherzare, ti facevo sempre salutare come “lo zio Carmine”.

Perché i parenti non te li scegli. Ti capitano. Poi magari ne preferisci alcuni. E con te fu praticamente naturale. Non c’è stato giorno o sera in cui ti incrociassi, senza una battuta, un’analisi sociale, un commento di cronaca, di politica, una previsione meteo o una freddura esistenziale. Non c’era scampo. Appena passavo, sapevo che avrei speso qualche minuto con te.

Avevo circa 12 anni quando sei apparso lì sotto, nel severo androne buio del palazzo un po’ decadente, che all’epoca mi ricordava quello di Blade Runner (dove viveva JF Sebastian con i suoi giocattoli). Piazza dei Santi Apostoli era sempre bellissima, elegante salotto, ma già folle ostaggio dei comizi.

Non avevi ancora nemmeno la guardiola. Quella che era stata anche la casa di Dino, Prima e Liliana. Ti avevano piazzato in un angolo umido, dove partivano le scale di servizio, proprio accanto all’ascensore.

Eri un di incrocio tra Totò e Sylvester Stallone. Ironico, generoso, coraggioso. In grado di resistere alle tipiche scaramucce tra condomini, in effetti per molti anni pochi e sparuti, quasi amici, nel grande edificio semi deserto, con l’alto portone pesante a protezione del maniero. Senza nemmeno il citofono. Quello arrivò solo decenni dopo.

Ovviamente offristi da subito la tua preziosa competenza su tutto. La retorica con cui celebrano adesso la tua scomparsa ti farebbe ridere, ne sono sicuro. Eri tutto, Carmine, fuorché umile o semplice.

Perché eri un tuttologo.

Non c’era argomento od entità che ti mettesse a disagio. Venivi dalla Terra dell’Arguzia e dello Scetticismo. Rocchetta Sant’Antonio, un piccolo paese in provincia di Foggia. Ricordo come anticipavi le domande dei miei esami, ridimensionando le mie ansie. Nulla ti stupiva, e nessuno “ti sfuggiva” nel passaggio per l’androne.

Eri molto più incisivo di quei “dicaaa” che risuonano strascicati e caustici in ogni portone e cortile romano, poco dopo che, varcata una soglia, invano si cerca di capire da che parte andare. Forse eri troppo investigativo, ma faceva parte del tuo ruolo. A cui tenevi molto.

Del resto, come scritto, hai fatto a tempo a conoscere e frequentare una Roma del centro storico molto diversa rispetto a quella attuale. Più isolata e residenziale, fatta di piccoli negozi ed artigiani. Nobili decaduti e frati. Cittadini e famiglie. Molti meno turisti. Molti meno politici o servili entourage della Casta. Zero uffici. Pochissimi pacchi da consegnare. Nessun NCC con cui litigare.

L’assenza del citofono, poi, costringeva ad un filtraggio autentico. Tu eri il vero Mastro di Chiavi del Palazzo. Ne conoscevi i meandri ed i tortuosi labirinti che mi permettevano (accompagnato da te) di recuperare palloni fatti in casa col nastro isolante finiti su tetti e terrazzi abbandonati. Scavalcavamo insieme cornicioni e comignoli, godendoci l’isolamento dei supereroi capitolini. Quando ancora non c’erano gabbiani e paraboliche, ma solo rondoni e antenne storte a graffiare le tegole sul tetto del Mondo.

Perché il Centro non era “alla moda”. Anzi. 

Era tutto più un arrangiarsi. Da soli. E tu in questa arte molto italiana eccellevi. Conoscevi rudimenti d’idraulica e meccanica, elettricità e falegnameria, che ti permettevano di riparare un po’ di tutto o quanto meno di tentare. Non ti perdevi mai d’animo. Al caldo o al freddo, trovavi sempre una soluzione. Magari ti lamentavi un po’, sempre rispettando le consegne, ma tutto sommato sapevi che avresti provato a risolvere da solo. Eri fissato con l’igiene, ed esageravi col profumo. Ma il nostro androne non è mai stato disordinato. Né le scale sporche.

Fu merito tuo se arrivarono le robuste maniglie che ancora oggi usiamo per tirare e accompagnare il gigantesco portone (per anni, nel chiudere, ci tiravamo dietro i fregi lucidandone gli antichi ottoni). Più recentemente, fu sempre tua fu l’idea di mettere una molla per far richiudere automaticamente la stessa grande anta, che troppo spesso rimaneva pericolosamente aperta durante la tua assenza.

Tua la proposta di rendere più utile l’uscita di servizio, e permettere (come solo esclusivamente facevi con i tuoi fedelissimi) di uscire ed entrare dal retro durante le manifestazioni che occupavano la piazza.

Già, le manifestazioni. Per cui prefetti e commissari erano di casa. Eri fin troppo solerte nell’avvertirci ad ogni ostacolo all’orizzonte. Nella piazza dei comizi, t’informavi prima di tutti e subito ci cercavi, per impedire che ci “portassero via la macchina”. Perché sapevi che lo avrebbero fatto, e preferivi allertarci al mattino. Se non giorni prima. Consapevole che sarebbe stato un disagio enorme, ci mettevi in guardia. Proprio come un parente affettuoso.

Ti sei battuto con me per la richiesta delle rastrelliere per le biciclette. Per anni abbiamo discusso dell’antenna centralizzata, poi presa e custodita invano mentre si sperava prendesse il posto della ferraglia sui tetti. Hai litigato fino alla fine con tutti per la raccolta differenziata e per il passaggio ad minchiam dell’AMA.

Ma soprattutto. Hai combattuto come Don Chisciotte contro i mulini a vento degli uffici, per difendere il nostro vetusto ascensore. Un’anziana e scorbutica, perfino piú di te, elegante cabina in legno e specchi. Certamente non progettata (sebbene avveniristica per la fine del Grande Secolo) per ospitare fiumane d’impiegati.

Perché è questo che ti ha ucciso, occorre dirlo chiaramente: l’abuso scriteriato di un mezzo non adatto al trasporto di tante persone. Quel vecchio ascensore non era predisposto. Chi lo conosceva da tempo lo aveva fatto presente nelle inutili riunioni condominiali, ma ovviamente non era stato ascoltato.

“Mandiamoli a piedi, lasciamo le chiavi ai residenti”. Figurarsi. Chi ha speculato su quei locali non ha intenzione di fare un passo indietro.

Negli ultimi anni infatti il palazzo è divenuto sede (sempre in affitto) di uffici e banche. La solita fissa moderna di piazzare targhe d’ottone in zone di “prestigio”. Quando certi palazzi erano stati costruiti per famiglie. Folle pretendere di far salire e scendere decine e decine d’impiegati. Dalla mattina alla sera. Come se fossimo all’EUR.

Nel vecchio ascensore siamo rimasti bloccati un po’ tutti. Da Alain Elkann a Francesco Rutelli. Ma nei primi tempi bastava un’urlo che risaliva dalla tromba, ed una volta avvertito, tu riuscivi a muovere manualmente la cabina (da sotto il piano terra, non certo in mezzo alla tromba, dove sei caduto!) fino ad una porta al piano per far saltar fuori il malcapitato di turno.

Prima furono i politici.

Ora scrivono “portiere dell’Ulivo”. Perché ti sei sorbito anche il passaggio di tanta politica italiana. Riunioni e campagne elettorali. Bandiere (?) appese ad un palazzo che al massimo era locatore della neoaristocrazia che si promuove “democratica”. Prodi, Parisi (presente alla Messa in tuo onore), Di Pietro, Veltroni. Quanti ne hai visti passare, sempre col tuo stile di complice superiorità.

Nessuno ti illudeva. Sapevi che erano passeggeri. Poi sono arrivati gli uffici. Via vai di gente stanca e nervosa, con cui tu litigavi spesso, per chiedere rispetto e non riceverlo. Anche a difesa degli anziani condomini.

Il paradosso spietato è che tu sei stato il sacrificio simbolo di tale triste involuzione del palazzo. Proprio tu che ti prendevi cura di lui come un padre. Sento che aleggerai per sempre come fantasma dell’ascensore, e spero che in qualche modo chi abbia lo abbia vandalizzato, anche solo verbalmente, ora tema nel riusarlo. Spero che chi ti insultava o dileggiava quotidianamente ora si penta. Ma poi che importa? Cosa ne sanno di te?

Mi manchi molto Carmine.

Ma so anche che stai sorridendo, e schernendo il nostro buffo agitarci per la tragedia.

Ti voglio bene

A presto

 

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